Caro Gasolio | Paghiamo le scelte fatte negli anni ’70

Perché il Gasolio costa più della Benzina? É la domanda che molti si pongono arrivando nelle piazzole delle stazioni di servizio. Molti parlano di semplice speculazione. Ma, la risposta non è scontata come sembra.

Industrialmente produrre benzina costa molto di più che produrre gasolio questo è noto. Ma la strategia di produzione delle raffinerie gioca un ruolo basilare e parte da lontano.

Gasolio scelte sbagliate

Gasolio più caro della benzina – L’origine

L’origine del caro gasolio attuale parte sicuramente dalla guerra ma non quella attuale tra Russia e Ucraina. Bisogna tornare a 49 anni fa. Il conflitto in essere era quello tra Egitto e Israele. Uno scontro che stroncò il famoso boom economico per far piombare l’Europa in una profonda crisi economica legata alla dipendenza dal petrolio mediorientale.

Agli inizi degli anni ’70 le singole nazioni dovettero lanciare politiche di austerity per reggere alla carenza di petrolio. Gli esperti del settore indicarono, come via d’uscita, quella della cosiddetta “dieselizzazione” del settore dell’automobile e non solo. Il motore a gasolio risultava infatti notevolmente più efficiente dei propulsori a benzina.

Il Vecchio Continente spostò così tutte le proprie risorse sul diesel, non solo nel settore automotive. Locomotori, autotreni, imbarcazioni, centrali elettriche, caldaie per il riscaldamento, tutto era alimentato a gasolio. Questo cambiamento radicale fu accompagnato, quale sostegno soprattutto alle industrie, da una rimodulata tassazione al ribasso del “nuovo” carburante.

Taglio delle accise: Benzina giù gasolio sù

Una consuetudine in vigore tutt’oggi. Ecco uno dei motivi perché il taglio delle accise comporta uno squilibrio nel prezzo finale alla pompa tra benzina e gasolio. Questo non è l’unico fattore in gioco. La transizione energetica verso il diesel spinse l’industria automobilistica ad aumentare sempre di più l’offerta di vetture a gasolio. Veicoli dalle prestazioni sempre più vicine alle auto con propulsori a benzina.

Aumentando il prodotto diesel è conseguentemente aumentata la richiesta del suo combustibile. E da qui esce un nuovo fattore. Le raffinerie non tennero molto conto di questa impennata del più “povero” dei combustibili e rimasero fortemente focalizzate sulla benzina. Le industrie del settore, piuttosto che riconvertire o creare nuovi impianti, preferirono importare il gasolio già bello e fatto.

Il pericolo corso in conseguenza della dipendenza dall’importazione di risorse avrebbe dovuto suggerire forse una maggior attenzione all’auto-sufficienza. Eppure oggi, a quasi 50 anni di distanza da quella crisi se ne presenta un’altra. Il maggior fornitore di gasolio guarda il caso è niente di meno che la Russia. Altro fattore del problema.

Nei meandri delle sanzioni imposte da Bruxelles nei confronti di Mosca in verità non c’è alcun blocco nei confronti del diesel russo. I “soliti” 750 mila barili di gasolio al giorno sono lì disponibili per essere immessi sui nostri mercati. Cosa non va allora? Le sanzioni. Contrariamente a quanto appena detto queste rientrano ampiamente in gioco.

Avere rapporti finanziari con l’azienda Russia è diventato estremamente complesso. Le rare compagnie navali disposte ad un eventuale trasporto si trovano dinanzi ad un invalicabile muro costituito da costi finanziari ed assicurativi e dalla pericolosità di effettuare operazioni di carico nei porti della federazione russa.

Il crollo dei consumi del 2020

La richiesta, generata nel corso di questi 50 anni, è in continua crescita e la mancanza di disponibilità non fa che aumentare a dismisura il prezzo del prodotto. Ma non finisce qui. Arriva la pandemia. Già, come non metterla anche qui. Beh qui effettivamente c’entra e non poco. I vari lockdown del 2020 hanno drasticamente ridotto non solo gli spostamenti ma anche i trasporti con un ovvio crollo dei consumi di carburante.

Le raffinerie hanno così ridotto la produzione e, soprattutto lo stoccaggio del carburante. Decisione questa che portato all’impossibilità di sopperire all’evenienza attuale. Impossibile anche utilizzare i surplus mediorientali o le scorte USA. Le prime perché non in linea con le nuove normative anti-inquinamento europee. Le seconde perché destinate a mercati già fortemente in crisi come quelli centro-sud americani. Come se ne esce? Bella domanda.

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Una maggior attenzione agli effetti delle azioni, una maggior coscienza a discapito del mero profitto, una maggior lungimiranza, tutte belle frasi ma il problema rimane. La nostra speranza è che si trovi un accordo perché così si rischia di compromettere l’esistenza di tanta, troppa gente che fa impresa in piccolo e con passione.